CLA VOLTA ERA DACSÌ

Matthias Canapini 19 Aprile 2020

Racconto

“Quando ti fa male la gola non andare dal medico, bevi un po’ di aceto, smuovi la testa a destra e sinistra e poi butti giù” sento dire da una voce squillante oltre il cancello che cigola.

Alma si scusa più volte perché non rammenta precisamente date e luoghi. I suoi ricordi sono vaghi, mescolati alla rifusa nella sinapsi come vecchi oggetti ammassati. Tre mosche ronzano attorno alle nostre teste, posandosi spesso sopra una lampadina traballante al centro del soffitto.
“Chi aveva più soldi a sette anni andava a scuola, chi non ne aveva andava diretto nei campi a lavorare. Da bambina, invece di studiare sui banchi mungevo a mano circa trenta pecore, producendo fino a dodici formaggi al giorno, altro che matematica o letteratura; per tutta l’infanzia ho lavorato come pastorella per un conte miliardario di Rimini. Possedeva oltre trecento ettari di terra.

Uno dei pochi svaghi era recarsi alle veglie serali nei fenili, dove i contadini più anziani raccontavano storielle, stupidaggini, cantavano filastrocche per intrattenere l’intera contrada o i popolani di Montebello, Castelgagliardo, Scotaneto” racconta la novantaquattrenne, riordinando i primi ricordi beffardi. “Quella volta era così. Non scendevamo neppure a Isola del Piano perché gli uomini producevano in casa i fischioni e gli spaghetti, e non ci muovevamo da casa. Ma, ahimè, non potevamo esagerare. Altro che un uovo a testa come ora. Dovevamo accontentarci di tre uova per dodici persone… Tutt’acqua, la pasta era tutt’acqua.
Nelle ore diurne le campagne erano intasate da contadini che falciavano l’erba e cantavano lentamente, tra i muggiti sporadici di qualche bovino. Mangiavamo ciò che coltivavamo o allevavamo, in particolare i dindi, ossia i tacchini. Ogni ora passava la moglie del mezzadro con una damigiana di vino e un solo bicchiere, che i presenti si prestavano tra loro amichevolmente, per un goccio di rosso fresco e risanatore. Pensare che un bicchiere di vetro bastava per tutti… Poi con l’avvento della plastica nel dopoguerra è cominciato lo spreco. A proposito di bicchieri… Quando andavamo a Montebello a raccogliere la legna, tornavamo giù a piedi con le fascine raccolte sulla testa e quasi sempre attraversavamo campi puntellati di buche profonde, lasciate dagli zoccoli delle mucche. Spesso erano colme d’acqua, scivolata a terra dalla fontana in pietra. Ci inginocchiavamo e bevevamo lì dentro, come fosse una scodella”.
Le paure provate in guerra sono indomabili e selvagge. Un giorno vennero tre tedeschi per prendere gli uomini in casa di Alma, ma trovarono l’abitazione mezza vuota. Al piano superiore c’era solamente il corpo del padre morto pochissimi giorni prima, all’età di 33 anni, in attesa della commemorazione che tardava ad arrivare. “Ecco mio padre” indicò Alma ai tre giovani tedeschi, mostrando il corpo esanime. Due di essi uscirono a testa bassa dalla casa, l’ultimo si sedette commosso, raccontando di aver lasciato tre sorelle in Germania.

Nel frattempo a Montebello si formò una squadra di partigiani. Più che sequestrare animali cercavano costantemente cibo, richiedendolo nelle cascine della zona. “Una volta i partigiani ci hanno imposto di andare a ballare con loro, puntandoci le pistole nella pancia! Mio zio riuscì a portarci via dicendo che eravamo in lutto e dovevamo restare in casa a pregare. Da quello che abbiamo sofferto mi sono detta: se torna la guerra mi faccio una buca e vado sottoterra da sola.
È stata una vita di lotta sapete? Come quella volta che abortii, perdendo due gemelli. Raggiunsi Isola del Piano facendomi trasportare dalla treggia, una specie di slitta trainata dai buoi. Mio cugino mi raccolse sulla strada e mi portò di corsa all’ospedale di Fossombrone, ma arrivammo troppo tardi”.
Fuori sbagina, un vento forte taglia la faccia in due. “Andate piano e che dio vi benedica” raccomanda Alma staccando un grappolo d’uva dalla vigna secca, porgendocelo dal finestrino semichiuso. “To’, una pizzicata”. Troviamo scampo agli schiaffi furibondi di Eolo in un bar adiacente al campo da calcetto. Il rettangolo è più vuoto del cimitero comunale. I salatini e le birre sono serviti dentro una cassa sgangherata della verdura. “Zio, la tua birra” urla la barista a un uomo intento a osservare il cielo annuvolato. “No, grazie cocca, en prend nient, oggi sò in punision” obietta l’astronomo naif.

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